Si possono amare o non amare le opere di Mirò, si può apprezzare la produzione dei primi anni e non quella degli ultimi anni o viceversa, si possono apprezzare le forme stilizzate della sua arte o i suoi colori, ma quello che più importa è che l’arte doni qualcosa.
Non sono un’esperta d’arte e non posso dire di conoscere la storia dell’arte né di essere titolata per comprendere le opere; quello che mi dona l’arte è intimo e personale, ed è fatto di sensazioni, attimi, emozioni, che mi giungono dall’opera stessa oppure dal mio mettere l’opera in relazione al momento in cui è stata creata, momento storico o momento della storia personale dell’artista.
Non sopporto gli esperti che guardano dall’alto in basso chi come me gode dell’arte nella sua pura ignoranza, non riesco a comprendere come il mio gusto estetico possa turbare qualcuno, non condivido i giudizi che non lasciano spazio agli altri.
Mi si potrà chiedere “cosa vedi in quest’opera?”, “se non avessi avuto di fronte un catalogo cosa avresti capito?” e potrei anche non sapere rispondere in quel momento, ma la sensazione che mi dona un dipinto non mi sento tenuta a spiegarla ad altri, ciò che mi trasmette è parte della manciata di emozioni che mi avvolgono..
Di Mirò chi non ama la pittura moderna potrà dire che non si legge molto nelle sue opere surreali, ma quello che mi ha affascinato è stata la ricerca e l’evoluzione che si legge nelle sue opere, la tensione, il desiderio di autonomia e libertà creativa, la voglia di mettere in discussione e mettersi in discussione, la ricerca di un legame tra arte e realtà, che lo ha spinto anche a creare opere in cui l’arte invade lo spazio reale.
E mi ha affascinato, in questa mostra che presenta questa singolare lettura, il legame delle opere con la terra, la gente e le tradizioni, che ammiro e rispetto in ogni artista, sia egli pittore, scuoltore, fotografo, scrittore o altro.
Mi ha colpito la rappresentazione delle figure umane, ridotte sempre più a segni e figure geometriche e a motivi immaginari, che tuttavia presentano spesso caratteristiche comuni.
Amo il dipinto del Contadino catalano con chitarra, figura eterea e improbabile su un fondo stellato blu di Prussia, come un’apparizione notturna, ed il colore forte e infuocato del deserto nel dipinto con la lepre e la cometa…
Ma la tela che probabilmente ho preferito è il “Dipinto” del 1935, dove un uomo e una donna come sempre poco riconoscibili si miscelano a forme animali mostruose e improbabili, paurose, e vengono sospesi su uno sfondo giallo ocra, molto rugoso e pastoso.
Il dipinto, visto dal vivo, dona sensazioni particolari, proprio perché sembra entrare nella realtà di chi lo osserva con la sua corporeità.
E penso allora all’uomo, ai sentimenti che avrà provato in quegli anni in cui stava scoppiando la guerra civile spagnola.
I dipinti e le opere dell’ultimo periodo della vita dell’artista sono permeati dal senso della morte e della distruzione, diversamente dai precedenti. Il nero diventa predominante in molte opere, le tele vengono lacerate o aggredite dal colore e dagli elementi, come il fuoco.
Eppure, nella mia mente poco esperta, un Mirò quasi ottantenne passeggia inquieto sulla sua enorme tela Personnages et oiseaux dans la nuit (Figure e uccelli nella notte) dove restano le impronte dei suoi passi e mi racconta, con un pizzico di tenerezza, che anche a ottant’anni, anziché piangersi addosso o lamentarsi, si può esprimere la propria paura o la propria rabbia con opere che resteranno vive per sempre.
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